p. Armando Messuri

Bisogna essere pronti a tutto!

 


(1902-1944)

P. Messuri era arrivato a Marino nel luglio del 1936, nominato cappellano delle Suore della Santa Famiglia di Bordeaux. "Quest'obbedienza è stata veramente fuori di ogni mia aspettativa. Siamo missionari e bisogna essere pronti a tutto ". "Pronti a tutto" è la parola chiave per capire la sua azione e il suo ministero nei Castelli Romani. Ben presto a Marino tutti cominciarono a conoscerlo.per il dono incondizionato di sé e per l'enorme carità che dimostrava verso tutti e ciascuno in particolare. Era il 1943. La guerra faceva le sue vittime. Le bombe cadevano su Ciampino, Frascati, Squarciarelli... Il 2 febbraio del '44 è la volta di Marino che viene centrata a più riprese da grappoli di bombe. Incominciavano a scarseggiare i viveri e bisognava provvederli. I tedeschi non si mostravano teneri verso la popolazione e iniziavano le prime razzie. Ecco una testimonianza diretta su p. Messuri dell'allora sindaco di Marino, Zaccaria Negroni. "P. Messuri il 17 febbraio 1944 si trovava in campagna presso la villa degli Scozzesi. Quando iniziarono i bombardamenti sulla casa delle Piccole Sorelle dei Poveri, attraversò i campi di corsa e raggiunse il luogo del disastro. Gemiti strazianti uscivano dal cumulo delle macerie e dal groviglio impressionante delle travi contorte. Terminata l'azione immediata di soccorso, p. Messuri colse un flebile lamento che proveniva dalle macerie: una suora era rimasta viva ma incastrata tra le travi di ferro contorto e sul suo capo pendeva in bilico un grosso blocco di muro che, dondolando, minacciava di schiacciare non solo la suora ma anche coloro che avevano portato soccorso. P. Messuri la invita a mettersi nelle mani dì Dio. Si invoca la Madonna e si azzarda una manovra rischiosa. Tutto andò bene, grazie a Dio. La suora è salva e gode di buona salute ". Lo stesso fece con le suore Clarisse del monastero di clausura di Albano. La popolazione di Marino spaventata viveva nelle grotte, nel traforo del treno e in mezzo alle vigne. Ad ogni bombardamento notturno, p. Armando si alzava, sia d'estate che d'inverno ed accorreva a far coraggio e animare tutti. Dava ai poveri i ranci che poteva racimolare dai soldati tedeschi. Una volta gli dettero tanta carne che lui stesso la trasportò all'Ospedale con un carrettino. A parecchi tedeschi diede il suo letto, il suo materasso e la sua stanza per evitare che andassero a di¬sturbare altre case. Salvò parecchi ebrei nascondendoli nei conventi. Da questi fatti e da molti altri si coglie come la sua anima fosse tutta invasa da quella parola del Vangelo: "Non c'è amore più grande di chi da la vita per i propri amici". Un giorno gli sfuggì una frase: "Porto sulle spalle tutti i dolori di Marino". Era vero.
A metà Maggio si ebbe un nuovo bombardamento a tappeto che colpì Marino. La vita nelle grotte diventava insopportabile. Era il 27 maggio 1944, vigilia di Pentecoste. A mezzanotte cominciò il sibilo delle granate. "Stanchissimo - raccontò p. Armando ad una persona negli ultimi giorni della sua vita - presi uno dei lettini pieghevoli, lo portai in grotta, mi coprii bene e mi addormentai. Dormivo profondamente quando venni svegliato da una fortissima luce sugli occhi, sentii parlare sommessamente, udii la terra cadere dall'alto in basso e compresi subito che si trattava di ladri. Credendo che fossero già nella grotta mi alzai e correndo chiamai come se vi fossero state altre persone con me. Uscito fuori dalla grotta di casa, corsi da un vicino per chiedere aiuto, ma egli, per mettersi in salvo dalle bombe, si era rifugiato in una grotta. Pensai allora di ricorrere al signor Masi, la cui casa è attigua a quella delle Suore. Spinsi la porta ed essa cedette sotto la mia mano. Mi si presentarono davanti due uomini, lo accesi la lampadina tascabile e loro, sentendosi riconosciuti, mi puntarono la pistola contro e spararono. Cercai di allontanarmi dirigendomi verso una casa vicina, ma i due mi vennero dietro. Mi buttai a terra, feci finta di essere morto e loro si dissero. "Questo l'abbiamo finito, andiamo a continuare il nostro lavoro". In realtà si dileguarono e poi non sentii più nessuno. Vedendomi solo volli rialzarmi, ma non ero capace. Chiamai aiuto ma nessuno si mosse. Sulla strada passarono due tedeschi. Mi guardarono, parlarono fra loro e se ne andarono. Passò un uomo che riconosciutomi mi rispose: "Vengo subito " ma non lo vidi più. Finalmente un soldato tedesco passò verso le tre e mezzo di notte e vedendomi in quello stato mi adagiò su un camioncino e mi portò a Grottaferrata da un capitano medico, il quale mi fasciò il braccio. Il caritatevole soldato poi mi ricondusse a Marino". Il mattino di Pentecoste arrivò al pronto soccorso di Marino. Era necessario trasportarlo a Roma: il proiettile, deviato dalla clavicola aveva toccato la colonna vertebrale provocandogli la paralisi. Il braccio, per la recisone dell'arteria, cominciava ad andare in cancrena e lo stomaco era bloccato. In breve la situazione generale peggiorò precipitosamente. A chi soffriva con lui nel vederlo in quello stato disse: "Facciamo la volontà di Dio". Solo dopo qualche giorno fu possibile trasportarlo a Roma, nell'ospedale di S. Elisabetta in via dell'Olmata dove vi rimase per circa una settimana. Sopraggiunse anche la setticemia che gli procurò atroci sofferenze. Nessuno ha mai saputo quanto abbia sofferto realmente perché velava e attenuava il dolore con quel suo modo gentile. Partì per il Cielo l'8 Giugno 1944, festa del Corpus Domini. Aveva 42 anni! Ciò che colpì tutti fu il suo evangelico perdono: non rivelò mai il nome di chi l'aveva colpito e che era stato da lui riconosciuto. Era uno a cui aveva fatto del bene. Lo ha amato fino alla fine.

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