Missionari Oblati di Maria Immacolata
Una preghiera
Siamo al Bondone, nel Trentino, a fine Agosto 1967. Un piccolo gruppo di religiosi si ritrovano insieme per un periodo di convivenza, “uniti nel nome di Gesù”, e per approfondire la spiritualità dell'Opera di Maria. Seguendo un impulso interiore, due Padri Oblati, presenti e tale incontro, a un certo punto si ritrovano e formulano una preghiera. E' l'amore alla Famiglia Religiosa e la sofferenza che li spinge a farlo: 'Ti chiediamo, Signore, uniti nel tuo nome, che nasca, se è tua volontà, una comunità in cui Tu sei costantemente presente tra i suoi membri e che realizzi oggi il testamento del Fondatore ‑ 'tra voi la carità, la carità, la carità... e fuori lo zelo per le anime' ‑ per concorrere anche noi, secondo il tuo disegno, a 'che tutti siano uno’.
(P.Santino Bisignano, omi)
I prodromi
A Monte Mario, quartiere popolare di Roma, p. Marcello aveva stretto dei rapporti con alcuni giovani e con essi in seguito iniziò un’esperienza di gruppo. Erano giovani incrociati per strada, conosciuti spesso davanti alla scuola. Si sentivano soli e, alquanto lontani dalla religione, erano immersi in un ambiente praticamente pagano. Restavano sensibili tuttavia al richiamo dei grandi valori della vita. P. Marcello non parlava di Dio, ma cercava esclusivamente di voler loro bene. Quest’amore attrasse quei ragazzi, che cominciarono ad attenderlo dopo l’orario di ufficio. Frequentandosi e vivendo insieme, il gruppo intuì che dal vivere il Vangelo e l’amore scambievole poteva nascere una società rinnovata.
Sempre nel Vangelo, furono colpiti dai testi che parlavano della sequela di Gesù, che apparivano particolarmente illuminanti: la chiamata a seguirlo era universale, per tutti. E per loro questo significava continuare a vivere l’esperienza da poco iniziata. Verso la fine del 1967 tredici di loro sentirono la spinta a vivere insieme in comunità per andare ancora più in profondità.

p. Marcello a La Thuile con i giovani nell'agosto del '67
La casa
Era praticamente impossibile inserirli nella Scuola Apostolica di Firenze (seminario minore degli Oblati con Ginnasio e Liceo). Qui si attraversava una grossa crisi e poi, in quel periodo di contestazione, tutto ciò che appariva struttura puzzava già di bruciato.
Il desiderio di vivere in una casa tutta loro, tuttavia, era molto marcato. Della cosa venne messo al corrente l’allora Provinciale degli Oblati che, con sapienza salomonica, disse che non avrebbe visto difficoltà a dare vita ad un’esperienza simile, se la Provvidenza avesse mandato una casa. Squattrinati, ma pieni di fede, quei giovani chiesero la casa nella preghiera durante una messa. E la casa arrivò.
Una suora della Santa Famiglia di Bordeaux accennò a p. Marcello di una villa disabitata da quattro anni a Marino Laziale. La proprietaria, anziana e nobile signora di origine siciliana, abitava a Roma. Fu così che la signora Siracusa Solina si trovò di fronte a una domanda, che in un primo momento le dovette apparire perlomeno bizzarra. Ma una circostanza decise la benefattrice ad acconsentire alle poche parole di richiesta: andarono da lei il giorno del Corpus Domini, proprio il giorno in cui tanti anni prima era stato ucciso un padre oblato, che l’aveva tanto aiutata spiritualmente, p. Armando Messuri.
Il primo anno
Ad aiutare p. Marcello, il Provinciale inviò da Firenze p. Marino. La casa, disabitata da quattro anni, non era subito in condizione di accogliere il nuovo gruppo. Per questo motivo i primi giorni le stesse suore della Santa Famiglia misero a disposizione parte della loro casa. Iniziò così il 14 ottobre del 1967 il Centro Giovanile di Marino con due padri e tredici giovani.
Verso la metà di novembre fu possibile trasferirsi. La vita era semplice: p. Marcello passava tutta la giornata fuori per motivi di lavoro; i giovani andavano a scuola e nel pomeriggio p. Marino li aiutava a fare i compiti.
Al di sopra di tutto, i Padri cercavano di vivere in pienezza la loro consacrazione religiosa e sacerdotale, offrendo la stessa possibilità e lo stesso stile anche ai giovani presenti in comunità: l’amore reciproco, il confronto con la parola di Dio, la celebrazione dell’Eucaristia.
Il tutto all’insegna di una grande povertà e della fiducia nella Provvidenza. Non mancavano i soldi per la vita di ogni giorno. Quando, invece, si era tentati di andare un po’ oltre, i soldi non bastavano più. Quanto Dio mandava consentiva una vita dignitosa e semplice. Quello che non c’era ma appariva necessario veniva richiesto nella preghiera, uniti nel nome di Gesù. E puntualmente e miracolosamente arrivava: una stufa, una macchina, un pulmino.

Il primo gruppo di giovani a Marino nel marzo del '68
Fallimento?
Alla fine del primo anno, quei ragazzi, però, andarono via e non tornarono più. Si possono immaginare gli interrogativi che dovettero porsi i primi padri di Marino. Stavano percorrendo la strada giusta? Non era stato un abbaglio di carattere entusiastico? Non era successa del resto la stessa cosa, con alcuni dei primi compagni, al Fondatore degli Oblati, mons. de Mazenod?
La sospensione rimase fino a quando, agli inizi del secondo anno, arrivò un altro padre, che si occupava allora delle vocazioni adulte e che portò in comunità un gruppo di giovani, anch’essi figli della contestazione. È in questo momento che giunsero anche alcuni giovani che erano stati nelle precedenti strutture degli Oblati. C’era bisogno, comunque, di altro spazio e la Provvidenza, sempre per mezzo della signora Solina, mise a disposizione un’altra casa.
Le prime vocazioni
Alla fine di quel secondo anno, sette giovani domandarono di voler diventare come i Padri. Il noviziato degli oblati in quel periodo era chiuso: fu così alla comunità di Marino che il Provinciale affidò il compito di riaprirlo. E quale poteva essere il luogo se non quello stesso in cui questi giovani avevano sentito la spinta a divenire Oblati?
Agli inizi del terzo anno, Marino assunse quindi quella che sarà a lungo la sua fisionomia caratteristica. Si trattava di un’unica comunità, dove tutti si sapevano discepoli del solo Maestro, ma in cui erano presenti tre realtà distinte: il gruppo dei Missionari (che nel frattempo si era arricchito di altri due membri), il noviziato e il Centro Giovanile. Nei primi anni si imparò naturalmente a vivere la complessità dell’unità e della distinzione.

Alcuni fra i primi novizi: in piedi Mario Merlo, Celso Corbioli, Stefano Collamati
accosciati: Sergio Natoli, Fabio Ciardi nell'estate '69
(p. Nino Bucca, omi)